venerdì 23 gennaio 2026

Cane eroe Monti Sibillini Terremoto

 Monti Sibillini - Norcia - Castelluccio di Norcia


Queste fotografie un pò imprecise sono state scattate nel lontano agosto del 2017, un anno dopo il terremoto. Le scattai con discrezione, spesso dall'auto. Mi sarebbero dovute servire per ambientare il romanzo sul lupo. Invece rimasero sepolte in una cartella del PC. Oggi posso pubblicarle, testimoniano una frattura non ancora sanata. 

Il mio prossimo romanzo sul cane eroe militare sarà ambientato in due luoghi completamente diversi: Afghanistan e Umbria. Protagonisti: Miro (cane eroe), Antonio (conduttore militare), Mara (istruttrice cinofila specializzata in ricerca dispersi su macerie), Blue (cane di Mara), Claudio (veterinario) e alcune figure afghane che spiccheranno per la loro completezza ed unicità: il pastore di notte con il suo gregge, il bambino e la mina a farfalla, la donna in burqua al mercato, il talebano appostato sui monti, l'interprete in una base militare italiana (Camp Arena), la studentessa ribelle a Kabul… e altri che ancora non so ... Arriveranno da me quando sarà il momento.

Ecco! 

Queste sono le mie notti insonni o i miei giorni chinata sulla tastiera a far nascere un mondo sconosciuto ai più.

Buona giornata cari lettori/lettrici

La vostra Emanuela


domenica 28 dicembre 2025

Sono un’infermiera

 Da Pagina Facebook 

COSE CHE TI FANNO PENSARE 


« Solo un’infermiera. » — È per questo che, dopo quarantadue anni, ho smesso.


Dopo 15.695 giorni, non è stata la schiena a farmi andare via.


Sono state tre parole.


« Può sbrigarsi? Lei è solo un’infermiera. »


Un uomo sulla quarantina, gli occhi incollati allo smartphone, infastidito perché stavo controllando per la terza volta una terapia che poteva salvarlo.


Non mi ha nemmeno guardata.


Solo un’infermiera.


Ho finito la flebo, ho scansionato il braccialetto e sono uscita dalla stanza. Le mani erano ferme. Sono andata dritta nell’ufficio della coordinatrice infermieristica e ho detto le due parole che non ero mai riuscita a pronunciare — non negli anni più stancanti, non dopo le notti senza fine, non dopo i turni in cui ho rischiato di crollare:


« Mi dimetto. »


Mi chiamo Lavinia. Per tutti sono sempre stata Vìa.


Oggi è stato il mio ultimo turno in ospedale, dopo quarantadue anni.


Non è pensione.


È una fuga.


Sono entrata qui la prima volta nel 1982.


Ero fresca di scuola, con la divisa ancora rigida addosso e una convinzione quasi ostinata: prendersi cura non è un lavoro, è un modo di stare al mondo. I corridoi sapevano di caffè e disinfettante. Si imparava dalle colleghe “di una volta”, quelle che capivano che qualcosa non andava anche senza uno schermo.


Non ci affidavamo ai sistemi.


Ci affidavamo agli occhi, alle mani, all’intuito.


Sentivo la febbre prima che lo dicesse il termometro. Riconoscevo la paura in una voce che provava a sembrare normale. Stringevo il polso di un muratore mentre serrava i denti. E alle tre di notte restavo seduta accanto a un’anziana signora, solo perché non piangesse da sola.


Il lavoro era duro.


Ho visto ferite che facevano impallidire i più forti.


Ho tenuto in braccio neonati troppo fragili per restare.


Ho pianto in un ripostiglio, la fronte appoggiata al metallo freddo di un armadietto, chiedendo dieci minuti di forza in più.


Però la gioia era più grande.


Come con il signor Kowalski, la sera prima dell’intervento. Mi aveva afferrata per l’avambraccio, con gli occhi pieni d’ansia:


« Vìa… non li faccia combinare guai, quei giovani medici. »


Quando è stato dimesso, mi ha infilato in mano una foto ingiallita di lui, giovane, con i vestiti da apprendista.


« Lei è stata più coraggiosa del mio capomastro. »


Quello era il nostro salario: la fiducia.


Poi, a un certo punto, qualcosa si è inclinato.


Forse quando le cartelle di carta sono sparite e la documentazione digitale ha cominciato a mangiarsi il tempo — e poi la testa. Ho iniziato a guardare meno le facce e più gli schermi.


Clic. Scala del dolore?


Clic. Consenso?


Clic. Codice?


Clic. Tempo impiegato?


Non esiste un tasto per l’anima umana.


Nel nostro ospedale — in una città di provincia come Lodi, dove prima o poi tutti si incrociano — l’odore del caffè ha lasciato spazio alla corsa. Allarmi, protocolli, liste, “ottimizzazione”. L’efficienza è diventata più importante della presenza.


Non eravamo più persone che curano.


Eravamo righe in una tabella.


Poi è arrivato il 2020.


La crisi non è stata un incendio.


È stata una scossa lunga, che crepa tutto.


Portavamo mascherine fino a farci male la pelle. Mangiavamo barrette sulle scale. Sentivamo le macchine respirare al posto delle persone, giorno e notte, come un sospiro meccanico che non finiva mai.


Io tenevo i tablet a braccia tese, perché le famiglie potessero dirsi addio.


Ripetevo « Ci sono » decine di volte, perché nessun altro poteva dirlo al posto mio.


Ho accompagnato dei distacchi, a volte anche di persone di cui conoscevo il nome.


Abbiamo pianto dove nessuno guardava.


Il mondo applaudiva.


Ma gli applausi non ricuciono la stanchezza.


E quando il mondo è ripartito, noi non siamo ripartiti davvero con lui.


Ci siamo sfilacciati.


Le squadre hanno tenuto con un filo.


Le persone sono diventate più impazienti.


La gratitudine è evaporata come condensa.


E oggi eccomi qui, davanti a quell’uomo con il telefono.


Lo stesso tipo di uomo che, anni fa, forse avrebbe detto “grazie” guardandomi in faccia.


« Solo un’infermiera. »


Non credo nemmeno volesse essere cattivo.


Ha semplicemente detto ad alta voce quello che, quando tutto corre, troppa gente finisce per credere:


Siamo compiti.


Siamo numeri.


E troppo spesso, ci si sente intercambiabili.


Quando ho svuotato l’armadietto, ho trovato una foto della mia classe. Facce giovani, ostinate, convinte di cambiare il mondo — o almeno di renderlo più gentile, stanza dopo stanza.


E adesso sono seduta in macchina, nel parcheggio dell’ospedale. Il motore è spento.


E ho paura.


Perché prendersi cura non era solo quello che facevo.


Era quello che ero.


Chi sono, senza?


Soprattutto, sono triste.


Triste per un mestiere che perde l’anima.


Triste per i colleghi giovani che imparano dagli schermi prima che dalle persone.


Triste per i pazienti, che meritano più di uno sguardo in fretta tra due allarmi.


Una macchina può misurare la pressione.


Un carrello può portare le medicine.


Ma nessuna macchina stringe una mano che trema.


Nessun software consola chi sta per andarsene.


La compassione non si programma.


Appoggio lo stetoscopio.


Ma i ricordi, quelli, li tengo.


Tutte quelle dita nodose, quei palmi sudati, le mani dei bambini, le mani di uomini che facevano i duri e che, in fondo, chiedevano solo: « resti qui un minuto. »


A chi lavora in ospedale, nelle RSA, a domicilio, ovunque si tengano in piedi gli altri:


Non siete mai “solo” qualcosa.


Siete ciò che resta umano quando tutto il resto corre.


E a tutti gli altri:


Siate gentili.


Perché un giorno, tra voi e la fine, ci sarà una persona.


E sarà sempre molto più di “solo un’infermiera”. #fblifestyle


Scopri altre belle storie con Cose Che Ti Fanno Pensare.

Bip


 RICORDI

C’è un ricordo che ogni capodanno saltella nella mia mente.

Cerco di rimuoverlo, ma ahimè è impossibile.

Impossibile come ogni ricordo stridente ed ospedaliero. 


Rianimazione

Capodanno 

Letto di un paziente vicino alla buia finestra 

Fuochi d’artificio

Rumori dí festeggiamenti 

Bip monitor

Trillo del respiratore 

Massaggio cardiaco

Farmaci

Defibrillatore 

Torace scosso

I fuochi d’artificio si disperdono nella notte

Qualche botto residuo in lontananza

Bip Bip Bip 

Siamo solo noi con il massaggio delle nostre mani a creare vita

Biiiiiip

Silenzio

Buio

Fine


® Emanuela Taddei

giovedì 25 dicembre 2025

Gandhi


 Mahatma Gandhi


Stasera ho rivisto in TV il film “Gandhi”. 

Mi sono così ricordata quando, da ragazza, ne leggevo i libri ed ero infarcita dalla filosofia di Krishnamurti. 

Nonostante studiassi intensamente non raggiunsi mai la pace interiore. 

Davvero la cultura è ciò che resta dopo aver cancellato tutto.

Talvolta affiorano citazioni, pensieri e nomi, nulla di più: Adorno con i suoi “Minima moralia”, Carotenuto con i suoi “Frammenti di un discorso amoroso”, Freud e “L’interpretazione dei sogni”,  Pinkola Estés “Donne che corrono con i lupi”, Tolstoj “Guerra e pace” o “Anna Karenina”, Rilke…Potrei proseguire per ore, tanti autori mi hanno segnata, per non parlare di alcuni film: “Blade Runner”, a seguire i film di Woody Allen, Tarkovskij, Truffaut… 

Ero una mente giovane, desiderosa di cultura, ma dovetti abbandonare gli studi per mancanza di fondi.

Nessuno dovrebbe rinunciarvi per questioni economiche.

Io caddi in un lutto profondo: mi autoalienai, non lessi più una riga per ben quattro anni. 

Ed infine cosa resta? 

Le mie conoscenze a cosa sono servite?

Ad isolarmi, perché quando tocchi le vette non riesci più a scendere a patti con il mondo reale. 

Strane riflessioni le mie, è notte e sono ancora tormentata, vorrei fare di più, essere di più, ed invece mi sento sempre monca. 

… 

Incompresa a vita… 

Morirò così, con un’unica domanda, che qui non scriverò. 

Emanuela Taddei

LETTERE





 Natale 2025

Oggi ho riordinato lettere e biglietti vari, ed ho trovato queste (vedi foto). 

Tra le tante, pure quelle delle mie ex colleghe, belle parole, gentili, la frase più frequente: “Sono stata fortunata ad incontrarti”.

Io, per la mia, naturale o condizionata,  mancanza di autostima, non seppi e non so capire appieno tale gratitudine e affetto.

Però un giorno dovrò pur fare pace con me stessa e comprendere che questo mondo accoglie tutti, anche la sottoscritta.

Emanuela Taddei 

mercoledì 24 dicembre 2025

L’ultima lettera




 L’ULTIMA LETTERA

Infine siamo arrivati alla resa dei conti: dopo aver divelto le cabine telefoniche si rimuoveranno pure le cassette postali. 

Succede in Danimarca, ma da noi in Italia? Quando?

Già faceva un certo effetto passare per vie, parchi e piazze ed accorgersi che quelle cabine rosse e silenziose sparivano dalla nostra vista. 

Puff! 

Quante telefonate, quanti ricordi: la ricerca di monete, gettoni o tessere telefoniche, la speranza che all’altro capo del telefono ci fosse qualcuno.

E così per le cartoline, cercate, scelte, rigirate in mano mille volte: indirizzo, talvolta sbagliato, la data, il luogo.

Alcune cartoline erano inaspettate, da quelle capivi se il ragazzo, seppur in vacanza o in caserma per la leva, pensasse a te. 

Mia sorella ogni giorno riceveva una lettera dal suo fidanzato (attuale marito), costretto come tanti a quell’assurdo anno di Naja. 

Ci voleva una biro per scrivere e la voglia di farlo.

Oggi nemmeno un messaggio. 

Leggere questo articolo mi intristisce.

È davvero un’epoca che se ne va, come una cartolina sbiadita. 

I nostri tempi, gli ultimi, quelli dell’assenza di tastiere o telefonini, quelli con la TV in bianco e nero, senza telecomando, il telefono duplex, le macchine fotografiche a pellicola, i giradischi e le mangia cassette… 

Pure i nastri di queste ultime se ne son volati via…

Però non sono certa che questo progresso ci abbia fatto bene. 

Siamo sempre più soli.

Più collegati e più soli.

© Emanuela Taddei

(Articolo da IL FATTO QUOTIDIANO)

domenica 21 dicembre 2025

Un fondo più fondo



 UN FONDO PIÙ FONDO 

Quando pensi di aver toccato il fondo, scopri che c’è un fondo più fondo che ti potrebbe annientare da un giorno con l’altro.

Ti aggrappi a poche certezze e pure queste ti vengono sfilate dalle mani.

Il tradimento peggiore però è quello del tuo passato, dell’infanzia rubata, dell’adolescenza tormentata, dell’età adulta irrequieta ed infine dell’invecchiamento privo di saggezza. 

Ed è proprio lì che tiri le somme e cerchi di trovare una giustificazione, un perdono, una redenzione, ma non li trovi. 

C’è una sorta di fato imminente, e benché cerchi di cancellarlo dalla tua mente, riappare nei tuoi sogni trasformandoli in incubi. 

Come ci si sente a vivere senza radici?

Come si galleggia sulla mota?

Male fino all’ultimo respiro. 

Perché il tradimento dell’affetto è una ferita che non smette mai di sanguinare.

Lo sguardo che getti sul mondo è sempre diverso, strano, elaborato, travisato dal tuo dolore. 

Mancheranno le mie emozioni al mondo? I miei libri, le mie creazioni? 

No. 

Mancherà il mondo a me?

Sì, quello che ho sempre sperato. 

Inutilmente.

  © Emanuela Taddei